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Rileggendo in sintesi l’itinerario di fede che Gen 12,1 propone, individuiamo soprattutto una triplice indicazione. La parola di Dio invita Abramo a mettersi in cammino verso una direzione e una destinazione che non è dato a lui conoscere, a partire da una condizione e una situazione che costituiscono la sua realtà in quel momento, lasciando progressivamente tutto ciò che è suo, che gli appartiene, che lo ha generato fino a quel momento, perché – attraverso il cammino e l’esperienza – venga generato l’uomo nuovo, nella fiducia e nella speranza. Abramo apparirà così, quasi anticipando Gen 14,3, veramente il primo ebreo, cioè l’uomo del “passaggio”, proprio perché avrà accettato, fidandosi della parola, di compiere tale passaggio.
Nella vita cristiana,
si va di inizio in inizio
attraverso inizi
che non hanno mai fine.
(Gregorio di Nissa)
L’uomo di fede vive spesso l’esperienza di una contraddizione
profonda, di una separazione radicale fra ragione e
fede, fra esigenze logiche e connaturali della propria umanità
da una parte, e volontà di Dio, pensieri di Dio, logiche di Dio,
dall’altra. Certo, il credente sottopone al vaglio del discernimento
il proprio cammino; questa persona, che deve essere
pensata come un’unità, tende all’unificazione sempre più
completa. Ciò nondimeno, avverte in molti momenti e in molti
modi una certa separazione interiore, o quanto meno le tentazioni
opposte di razionalizzare il proprio cammino di fede
per renderlo più accettabile, più comprensibile, più “a misura
d’uomo”, oppure di spiritualizzare la dimensione razionale
della propria esistenza credente.
L’opposizione tra fede e ragione porta spesso il credente
a decidersi all’azione soltanto nella misura in cui la scelta da
compiere appare umanamente condivisibile, con una logica
razionale e se non comporta rischi o conseguenze difficilmente
valutabili: “cammino se è ragionevole…”. La lettera enciclica
Lumen fidei di Papa Francesco, invece, ai paragrafi 9-10,
partendo dall’esperienza biblica del patriarca Abramo, invita a
capire che la logica della fede deve imparare a ribaltare questa
prospettiva troppo razionale:
Ciò che questa Parola dice ad Abramo consiste in una chiamata
e in una promessa. È prima di tutto chiamata ad uscire
dalla propria terra, invito ad aprirsi a una vita nuova, inizio di
un esodo che lo incammina verso un futuro inatteso. La visione
che la fede darà ad Abramo sarà sempre congiunta a questo
passo in avanti da compiere: la fede «vede» nella misura
in cui cammina, in cui entra nello spazio aperto dalla Parola
di Dio. Questa Parola contiene inoltre una promessa: la tua
discendenza sarà numerosa, sarai padre di un grande popolo
(cf Gen 13,16; 15,5; 22,17). È vero che, in quanto risposta a
una Parola che precede, la fede di Abramo sarà sempre un
atto di memoria. Tuttavia questa memoria non fissa nel passato
ma, essendo memoria di una promessa, diventa capace di
aprire al futuro, di illuminare i passi lungo la via. Si vede così
come la fede, in quanto memoria del futuro, memoria futuri,
sia strettamente legata alla speranza.
Quello che viene chiesto ad Abramo è di affidarsi a questa
Parola. La fede capisce che la parola, una realtà apparentemente
effimera e passeggera, quando è pronunciata dal Dio
fedele diventa quanto di più sicuro e di più incrollabile possa
esistere, ciò che rende possibile la continuità del nostro cammino
nel tempo. La fede accoglie questa Parola come roccia
sicura sulla quale si può costruire con solide fondamenta. Per
questo nella Bibbia la fede è indicata con la parola ebraica
’emûnah, derivata dal verbo ’amàn, che nella sua radice significa
«sostenere». Il termine ’emûnah può significare sia la fedeltà
di Dio, sia la fede dell’uomo. L’uomo fedele riceve la
sua forza dall’affidarsi nelle mani del Dio fedele. Giocando
sui due significati della parola – presenti anche nei termini
corrispondenti in greco (pistós) e latino (fidelis) –, san Cirillo
di Gerusalemme esalterà la dignità del cristiano, che riceve il
nome stesso di Dio: ambedue sono chiamati «fedeli». Sant’Agostino
lo spiegherà così: «L’uomo fedele è colui che crede a
Dio che promette; il Dio fedele è colui che concede ciò che
ha promesso all’uomo».
Un aspetto della fede viene messo particolarmente in risalto
nel testo citato: la fede non tanto quale atto irrazionale, quanto
piuttosto quale atto meta-razionale. L’atto di fede è prima di
tutto affidamento, consegna, abbandono. E questo abbandonarsi
fiducioso a colui che si sperimenta e si conosce come «il
fedele» diviene memoria futuri, capace – come dice il Salmo 119
– di illuminare i passi lungo il cammino. Si comprende allora
l’importanza di quella che ritengo l’affermazione centrale nel
paragrafo 9: la fede «vede» nella misura in cui cammina. Ciò significa
che non solo l’atto di fede non è contrario alla ragione, ma
anche che solo l’atto di fede capace di abbandonarsi del tutto è
un atto pienamente razionale. Solo l’esperienza del cammino
(e non il semplice ragionamento) può dare la luce sufficiente
e necessaria per camminare ulteriormente.
[…]






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