Gli italiani e la Bibbia
Sale!

Gli italiani e la Bibbia

Original price was: €9.50.Current price is: €2.85.

SKU: 88568 Category:

Description

È un rapporto «singolare» quello fra gli italiani e la Bibbia: intenso e distaccato, ma anche frequente e intermittente, competente e lacunoso. Nessun altro libro è in grado di marcare, nella stessa misura, l’identità personale e sociale degli italiani, e i suoi testi, che hanno ispirato nei secoli l’arte, la letteratura e il cinema, echeggiano un po’ dovunque, dai luoghi di culto ai media, dalla famiglia a internet. Opera singolare e ambivalente, pervasiva e al tempo stesso specifica, la Bibbia è un testo «multimediale» che definisce uno scenario, entra nel linguaggio comune, attraversa il sentimento religioso e laico, il sacro e il profano, la destra e la sinistra. Per questo, spesso, sta sullo sfondo, nascosta, quasi invisibile. Al rapporto tra gli italiani e la Bibbia è dedicato il volume, frutto di un’indagine commissionata a Demos & Pi da EDB e dalla Fondazione Unipolis in occasione del quarantesimo anniversario della pubblicazione in Italia della Bibbia di Gerusalemme.

 

INTRODUZIONE

È un rapporto «singolare» quello fra gli ita­liani e la Bibbia. Intenso e distaccato, ma anche frequente e intermittente, competente e lacuno­so, identificato e lontano, diviso e condiviso: al tempo stesso. Perché la Bibbia costituisce un ele­mento di comunione e, ancora, distinzione. Dal punto di vista religioso, ma al tempo stesso cultu­rale e sociale. La ricerca condotta da Demos & Pi, per conto di EDB, su un campione ampio e rap­presentativo della popolazione, sottolinea questo tratto singolare e, al contempo, ambivalente, della Bibbia. In un Paese dove si legge poco, dove il libro è, ancora, un «bene pregiato», sicuramente raro, è presente dovunque. In (quasi) tutte le fa­miglie. In (quasi) tutte le case. Oltre otto perso­ne su dieci affermano di possedere in famiglia (almeno) una copia di questa «piccola bibliote­ca nata nel corso di un millennio» (per usare le parole di papa Benedetto XVI). Naturalmente, possedere una copia della Bibbia, non significa leggerla, né tantomeno conoscerla. Tuttavia, essa, in Italia, non è trattata come un semplice oggetto di arredamento. O come un soprammobile. Circa due italiani su tre dicono di averla letta. In misu­ra quasi eguale: in passato ma anche più di recen­te. Circa sette persone su dieci, cioè, sostengono di averla consultata, letta o, almeno, di averne sentito recitare (oppure citare) una pagina o un verso nell’ultimo anno.

È, dunque, un’opera nota, approcciata di fre­quente. Come nessun altro libro. Sicuramente. Perché, di certo, sono molte le persone che han­no letto e magari riletto un testo con attenzione, magari maggiore. Ma non con la stessa continui­tà e assiduità, nel corso della vita. Nella storia personale e sociale degli italiani. Perché nessun altro libro, o meglio, nessun’altra «piccola biblio­teca», è in grado di marcare, nella stessa misura, l’identità personale e sociale degli italiani — e non solo. La Bibbia, l’Antico e il Nuovo Testamento: costituisce un riferimento comune, «sacro», per gran parte dei cristiani. E non solo. Per gran par­te dei cattolici. E non solo. È questa pluralità di significati che distingue la Bibbia da altri libri. Questa capacità di unire e dividere. La sua forza simbolica, oltre che pratica. Perché è, sicuramen­te, tra gli oggetti che accompagnano maggior­mente la vita quotidiana. Non solo perché sta in quasi tutte le case. Ma perché i suoi scritti, le sue parole, i suoi testi echeggiano spesso, un po’ do­vunque.

Chi crede, i cattolici e i cristiani, l’hanno sentita — e continuano a sentirla — (re)citare nei luoghi di culto. Nelle cerimonie religiose. A mes­sa, soprattutto. Ma non solo. Perché i versi e le parole della Bibbia risuonano, con frequenza, sui media. In televisione oppure alla radio. Oppure appaiono citati in qualche articolo, in qualche di­scorso sui giornali. In rubriche e spazi di conte­nuto religioso. E non solo. Per questo è un’opera singolare. Perché è pervasiva e, al tempo stesso, specifica. Perché sta sullo sfondo, ma è, comun­que, un segno. È dovunque, echeggia dovun­que. Ma caratterizza e definisce uno scenario. Il «mondo cattolico», secondo la larga maggioranza degli italiani. Anche se, lo sappiamo bene, la Bib­bia non è patrimonio esclusivo dei cattolici, ma dei cristiani, in generale. E, per quel che riguarda l’Antico Testamento, anche degli ebrei. È, cioè, il Libro, la Biblioteca della civiltà ebraico-cristiana. In senso più ampio: della civiltà occidentale. Come tale, conosciuto e ri-conosciuto non solo dai credenti, non solo dai praticanti, ma da tutti. Non per caso, circa tre su quattro, fra i non cre­denti e i non praticanti, ne possiedono una co­pia. E, tra loro, oltre due su dieci l’hanno letta. La stessa misura di chi, fra i credenti e i praticanti, afferma di non averla letta. Allo stesso modo, l’o­rientamento politico conta in modo limitato, fra chi possiede e legge la Bibbia. Da destra a sini­stra: non si rilevano grandi differenze. E, non per caso, una larga maggioranza degli italiani ritiene che la si debba studiare, comunque analizzare, anche nelle scuole.

In altri termini, la Bibbia è un’opera che attra­versa il sentimento religioso e laico, il sacro e il profano. Destra e sinistra. Ed è entrata nel senso e nel linguaggio comune. Al di là dei testi e dei contesti che esprime.

Tanto che esiste una componente non irrile­vante che confonde i confini del messaggio bi­blico con quelli della tradizione sociale. Al punto da considerare di provenienza biblica proverbi e detti di provenienza popolare. Come quello, no­tissimo e, certamente, non evangelico: «Mogli e buoi dei paesi tuoi». Oppure citazioni in parte corrette, ma deformate, come: «Beati gli ultimi se i primi son prudenti».

La Bibbia, è, dunque, percepita e utilizzata da gran parte degli italiani in modo, perlopiù, non letterale. Tanto meno «dogmatico».
D’altronde, il grado di competenza biblica che emerge dalla ricerca è ampio, ma non gene­ralizzato. E riflette, in misura maggiore, il livello di istruzione, di attenzione ai temi della cultura e delle religioni, piuttosto che l’appartenenza ecclesiale. L’adesione «fedele» e la partecipazio­ne all’associazionismo cattolico e cristiano. D’al­tra parte, secondo la maggioranza degli italiani, al di là della professione di fede, ma anche del livello d’istruzione, la Bibbia propone testi «diffi­cili». Complessi. Che vanno interpretati. Mediati attraverso la lettura e l’esegesi di «specialisti» ­perlopiù i sacerdoti. Tuttavia, come si è detto, la Bibbia è, al tempo stesso, un testo multimediale, come sottolinea la molteplicità dei canali attra­verso cui è comunicato. Dalla messa alla famiglia, dalla lettura ai mass media, fino a internet (me­diante apposite app). D’altronde, i personaggi e le «storie» della Bibbia hanno ispirato la «storia>, dell’arte. La pittura, la scultura, la narrazione, la cinematografia: attraverso i secoli.

Per questo, ancora e — tanto più — oggi, è, si­curamente, in grado di essere trasmessa e ripro­posta attraverso linguaggi diversi. Per lo stile e per la «parola» che la caratterizzano. Come ha sottolineato, con particolare efficacia, il cardi­nale Gianfranco Ravasi: «Cristo per comunicare ha già usato la televisione e i rweet. Come? Con sceneggiature vere e proprie, tipo quella del fi­glio prodigo “che fugge, mangia coi porci, se la gode con le prostitute, poi torna”. E con imma­gini folgoranti, capaci di entrare perfettamente nei canonici 140 caratteri».

Da ciò la «singolarità» e, al tempo stesso, la grande «accessibilità» della Bibbia. Che quasi tut­ti gli italiani possiedono e, in grande maggioran­za, hanno incontrato, letto e, soprattutto, ascolta­to, nel corso della loro vita e, perfino, nell’ultimo anno. Magari in modo occasionale, oltre il peri­metro dei luoghi di culto e delle sedi religiose. Al di là della professione e della pratica di fede. È un testo, una somma e un insieme di testi, che si confondono con la realtà sociale e con la vita quotidiana. Ma che — questa è la loro singolari­tà — definiscono e «specificano» la nostra civiltà. Dove «non possiamo non dirci cristiani». Per ri­prendere le — ben note — parole di un laico, come Benedetto Croce, nel 1942. Così, la Bibbia diven­ta il marchio di un’appartenenza di fede definita e, al tempo stesso, di una cultura più ampia. A livello territoriale e sociale. Il segno di un’iden­tità «divisa» ma anche «con-divisa». Per questo è dovunque. Per questo, spesso, sta sullo sfondo, nascosta, quasi invisibile. Ma, talora, appare e ri­appare. In modo evidente. Soprattutto in questi tempi, per reazione al confronto con altre religio­ni, «esibite», anche nel nostro mondo, da perso­ne immigrate, sempre più numerose. Ma, anche per rispondere alla minaccia, forse più insidiosa, prodotta dalla «secolarizzazione», veicolata dal consumismo globale.

Anche per questa ragione, la dimensione comunicativa, aperta, plurale della «biblioteca biblica» ha largamente superato, oserei dire, as­sorbito quella religiosa. Il «distintivo cristiano», per citare una formula cara al filosofo Romano Guardini, è divenuto un distintivo «nazionale».
Anzi: europeo. Occidentale. Per marcare il pro­prio specifico culturale al tempo della «mondia­lizzazione».

Da ciò il carattere universale della Bibbia, sot­tolineato da questa indagine. Che ne riflette la capacità di innovarsi e di riprodursi di continuo. Adattandosi ai cambiamenti della civiltà, dei lin­guaggi, dei costumi, degli stili di vita e di comu­nicazione. Da ciò, però, anche un rischio. Anzi, «il» rischio. Che tanta flessibilità, finisca per ri­durne la capacità di generare riconoscimento. Che l’eccedenza plastica della Bibbia, che tutti possiedono, tutti frequentano e tutti incontrano, attraverso i media più diversi, al di là di ogni con­fine di fede e credenza, ne possa ridimensionare, se non neutralizzare, la forza distintiva. La capa­cità di essere un «distintivo». Che ci permetta di comunicare, ma anche di definirci. Di trac­ciare confini fra noi e gli altri. Di marcare la no­stra «differenza», anche senza affondare nell’in­differenza. Ma la Bibbia, come abbiamo visto, è «geneticamente ibrida». Condivisa da religioni diverse. Evoluta nel corso del tempo. Così, può costituire un importante veicolo di «comunica­zione». Perché viviamo tempi «ibridi», dove è utile, anzi, necessario, diventare «ibridi», per af­frontare e governare i cambiamenti. A condizio­ne, però, di riuscire a comprendere e a far com­prendere chi siamo. Agli altri. E a noi stessi.

A condizione, dunque, che questa «Bibbia diffusa», fra gli italiani, non indichi — e riproduca — una religiosità invisibile. Prét-à-porter. Che crea il nostro «Dio personale». Ma non può promuove­re un territorio comune e comunitario. Né valori universali. Al massimo, una rete di «individui in­dividualisti» e, in fondo, soli.

 

ESTRATTO DAL PRIMO CAPITOLO

Il significato della parola

Il concilio Vaticano II segna un evento fon­damentale per la diffusione e lo studio della Bib­bia. Il suo valore scientifico si è esteso sia tra gli studiosi che tra i fedeli. Oggi è vista soprattutto come un’opera letteraria. È considerata il libro più importante che sia mai stato scritto: il più antico, il più tradotto e il più diffuso al mondo. Tuttavia «pochi» italiani conoscono il significato etimologico della parola Bibbia.
Biblìa, questa sconosciuta

Dalla ricerca emerge che solo il 19% degli inter­vistati attribuisce alla parola Bibbia l’esatto signifi­cato di «libri», che deriva dal greco biblìa (piccoli rotoli). Nel medioevo, il plurale greco si trasforma in femminile singolare: «la Bibbia», e così arriva fino ai nostri giorni. Un unico volume che com­prende una raccolta di 73 libri differenti l’uno dall’altro, per epoca, stile di scrittura e contenuto.

Reviews

There are no reviews yet.

Be the first to review “Gli italiani e la Bibbia”

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *