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Editoriale
Il 17 gennaio di ogni anno si celebra la Giornata per l’approfondimento e lo sviluppo del dialogo tra cattolici ed ebrei (voluta dalla Conferenza episcopale italiana nel 1990 ma ormai diffusa anche in altri Paesi europei, come Austria, Francia, Paesi Bassi, Polonia e Svizzera). Dal 2005 la «giornata dell’ebraismo», come è comunemente indicata, è dedicata alle Dieci Parole. Nel 2010 Papa Benedetto XVI ha definito il Decalogo come la «fiaccola dell’etica, della speranza e del dialogo, stella polare della fede, (…) un faro e una norma di vita nella giustizia e nell’amore». La Parola di quest’anno, che risuona con particolare forza nella travagliata situazione che sta vivendo il Medio Oriente (ma il cui eco non può non riverberare nelle coscienze di tutti gli uomini, a qualunque latitudine) è «Non uccidere ». L’umanità mai come oggi è sensibile alla difesa della vita e ai valori della persona, i cui diritti sono tutelati da leggi e trattati. Eppure mai come in questo frangente storico siamo di fronte a episodi di inaudita violenza: stragi, assassini e guerre, spesso condotte in nome di Dio o delle varie fedi. Dal cuore dell’ebraismo arriva una provocazione ancora più stringente circa il comando di Dio. Ce ne parla con la consueta chiarezza e profondità Piero Stefani, docente di filosofia della religione presso l’Università di Ferrara, in una riflessione comparsa su Studi ecumenici (n. 3-2011). A differenza che nella rappresentazione cattolica del Decalogo, dove le tavole della legge sono divise «per argomenti» (da una parte quelli relativi al rapporto uomo-Dio, dall’altra quelli relativi al rapporto tra gli uomini), nell’ebraismo le Dieci Parole sono disposte in maniera simmetrica, cinque per ogni tavola, il che «consente la scelta ermeneutica di far corrispondere a due a due i comandamenti (…). In tal modo quanto è rivolto a Dio si ricongiunge con quel che concerne direttamente l’uomo». Da una parte: «Io sono il Signore Dio tuo», dall’altra: «Non uccidere». Spargere sangue umano, dunque, è il comandamento (tra quelli che attengono il rapporto tra gli uomini) più forte di tutti, perché è in relazione diretta con Dio creatore, che ha impresso la sua immagine nell’uomo. Forse val la pena rammentarlo. Ogni qual volta che qualcuno uccide, non viola solo una vita umana, ma sfregia in maniera irreparabile «la statua vivente di Dio».






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