Rivista di Pastorale Liturgica
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Rivista di Pastorale Liturgica

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Editoriale

Continuiamo la rilettura di Sacrosanctum concilium (= SC) attraverso ‘parole chiave’ che ne evidenzino le peculiarità teologiche, liturgiche e pastorali. G. Cavagnoli, partendo da SC 26 ragiona sul significato della chiesa locale riflettendo sulle tre azioni che vengono richiamate, relativamente al corpo ecclesiale (appartengono… lo manifestano… lo implicano) hanno come comune denominatore il senso di appartenenza ad esso che si fonda sull’evento battesimale e che va rafforzandosi di volta in volta nell’atto celebrativo. Prima del concilio qual era la teologia della chiesa locale? A. Morandi rilegge il rapporto ecclesiologia-liturgia come gradualmente si è evidenziato nel secondo dopoguerra; soprattutto tre traiettorie teologico-liturgiche porteranno a una autocomprensione misterica della chiesa: una rinnovata teologia dell’eucaristia, l’assemblea liturgica come chiesa locale e la partecipazione dei fedeli. I documenti del concilio posteriori alla costituzione Sacrosanctum concilium e i principali documenti magisteriali del postconcilio confermano la recezione della dottrina sulla chiesa locale proposta dal Vaticano II, annota M. Augé, ma al tempo stesso manifestano che tale recezione non è ancora consolidata nella concreta vita ecclesiale. Sul piano specificamente liturgico, ne sono testimoni alcuni documenti recenti: l’istruzione Redemptionis sacramentum; il Motu proprio Summorum pontificum con l’istruzione applicativa Universae ecclesiae. D. Vitali ci aiuta ad apprezzare un passaggio di SC 2, a proposito della vera natura della chiesa; fa emergere le tematiche ecclesiologiche della costituzione e conclude che «si tratta di un vero e proprio programma di riforma della chiesa che, al pari della riforma della liturgia, nasce e si alimenta nell’eucaristia, fonte e culmine di tutta la vita cristiana».

Lasciamo, poi, la parola a un vescovo (S. Dho) che ha sperimentato in concreto come il vescovo sia centro della vita liturgica diocesana, perché chiamato a presiedere le celebrazioni sacramentali sia nelle grandi solennità, sia nelle «comunità piccole, povere e disperse» (Lumen gentium 26) e ad essere vero «promotore e custode» (Christus Dominus 15) dell’unità e comunione delle celebrazioni nella sua chiesa. Attraverso un approfondimento del dettato conciliare: «i fedeli non assistano come estranei o muti spettatori» (SC 48) l’articolo di M. Baldacci riporta l’attenzione sull’assemblea locale e descrive il lungo e intenso lavoro della chiesa nel favorire la partecipazione attiva dell’assemblea liturgica, ma al tempo stesso evidenzia il rapporto tra l’atto liturgico e le assemblee in questo nostro tempo. Che ne è oggi dell’assemblea come soggetto della celebrazione? Con brevi, semplici, ma incisive analisi P. Sorci delinea i modelli di assemblea che la riforma ha ‘generato’ e raccontandoci un presente tutto sommato non negativo, ci spinge a vedere il cammino da fare non solo sull’eucaristia domenicale. Nella seconda parte della rivista continuano le schede per la formazione del gruppo liturgico (A. Mastantuono), dei ministranti (M. Chiesa) e dei lettori (M. Baldacci).

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